Pianetta di Barbieri

Pianetta di Barbieri

Il 7 dicembre 1397, il cancelliere Maffiolo De Birago scrive di aver richiesto “un grande vaso di mostarda di frutta con senape” per la duchessa Caterina Visconti. È la prima traccia scritta che si conosca di una mostarda di frutta in Italia — più antica di oltre mezzo secolo rispetto ad altre tradizioni regionali simili. Una leggenda locale, mai davvero confermata, vuole che tutto sia cominciato ancora prima, tra i monaci benedettini dell’Abbazia di Sant’Alberto di Butrio: vero o no, racconta bene quanto questa preparazione appartenga al territorio da sempre.

Nella mostarda di Voghera i frutti restano interi o a pezzi — pere, fichi, ciliegie, albicocche, zucca bianca, prugne, mandaranci, pesche — sospesi in uno sciroppo che li lascia “riconoscibili, lucidi, gonfi”. La senape non aggredisce subito: cresce piano, si fa sentire dopo, con il mandarino capace di una piccantezza che sorprende chi si aspettava solo dolcezza. Ci vogliono più di due settimane perché la frutta si trasformi, e il confezionamento resta rigorosamente manuale — un’arte che ha sempre rifiutato le scorciatoie industriali.

Nel Novecento questa tradizione rischia di scomparire, schiacciata dal successo della Mostarda di Cremona. A salvarla, nel 1977, è Bruno Barbieri, che rileva l’ultima azienda vogherese ancora capace di produrla: “la frutta è un prodotto vivo”, diceva, “se lo si tratta bene il risultato finale sarà soddisfacente”. Il suo lavoro porta la mostarda di Voghera fino al riconoscimento De.Co. nel 2005 — oggi custodita dalla terza generazione, il figlio Marco e i nipoti Bruno e Maria Elena. E con l’entusiasmo di Bruno e l’affascinante maestria di Maria Elena la mostarda di Voghera continua a raccontare la sua tradizione sulle tavole dei buongustai e sugli scaffali di Drogheria De Ponti.

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